“Il medico dei pazzi”: il classico di Scarpetta al Verdi di Brindisi

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Ci sono commedie che invecchiano e altre che imparano a parlare meglio.

Data pubblicazione:

20 Gennaio 2026

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Il medico dei pazzi - ph Anna Abet (00)

Descrizione

“Il medico dei pazzi” di Eduardo Scarpetta appartiene alla seconda categoria perché ogni risata aggiunge una riga alla verità che racconta. Martedì 27 gennaio, alle ore 20.30, al Nuovo Teatro Verdi di Brindisi arriva la versione diretta e adattata da Leo Muscato, con Gianfelice Imparato protagonista nei panni di Don Felice Sciosciammocca.

I biglietti sono disponibili online su rebrand.ly/IlMedicoDeipazzi e al botteghino del teatro, aperto dal lunedì al venerdì dalle 11 alle 13 e dalle 17.30 alle 19.30; il giorno dello spettacolo dalle 11 alle 13 e dalle 19 alle 20.30. Info T. 0831 562 554 e botteghino@nuovoteatroverdi.com.

L’apertura pensata da Muscato è già una scelta di linguaggio. La vicenda scivola agli inizi degli anni Ottanta, nel clima inquieto del post‑Basaglia, quando la chiusura dei manicomi ridisegna il rapporto tra cura, società e follia. È in questo spazio incerto che Don Felice, proprietario terriero ingenuo e provinciale, arriva a Napoli per vedere con i propri occhi la clinica del nipote Ciccillo, a cui ha pagato gli studi in medicina. In realtà Ciccillo ha dissipato tutto e vive alla giornata in una modesta Pensione Stella. Per non essere scoperto, la spaccia per un istituto psichiatrico e i suoi coinquilini per pazienti. Da questo equivoco prende forma una macchina teatrale che procede per accumulo trascinando con sé personaggi, bugie, paure e desideri.

Tra equivoci e gag affiorano le fragilità, le solitudini, i sogni mancati. La commedia non nasconde il suo risvolto drammatico. Si ride molto ma dietro l’euforia farsesca si avverte la fatica di vivere, il bisogno di fingere per sopravvivere, la paura di essere scoperti. Muscato tiene insieme questi piani senza forzature: la farsa resta farsa e diventa uno specchio che riflette una società in bilico tra modernità proclamata e fragilità reali.

Lo spostamento agli anni Ottanta non è decorativo. Cambia il senso della storia: il confine tra normalità e devianza non è più netto: scivola, cambia forma, mette tutti in discussione. La parola “pazzo”, che nel testo scorre con la leggerezza del suo tempo, qui attraversa una nuova consapevolezza: maschera sociale, ruolo che può essere indossato o imposto. Si ride, ma per capire meglio. La risata fa emergere quello che preferiremmo non vedere. Si ride e intanto cadono le maschere. Al centro di questo universo, Gianfelice Imparato costruisce un Don Felice lontano dalla macchietta. Il suo Sciosciammocca è un uomo vero, smarrito, attraversato da un candore che convive con la paura. I tempi comici nascono dall’ascolto: ogni pausa, ogni esitazione porta con sé una malinconia leggera. E quando la beffa del nipote gli esplode addosso, la risata cambia tono: resta il sorriso, ma si sente tutta la sua delusione.

Intorno a Imparato si muove un ensemble compatto. Giuseppe Brunetti disegna un Ciccillo nervoso e brillante, motore dell’inganno e ritratto di un’epoca in cui la furbizia sembra contare più della lealtà. Luigi Bignone, nei panni di Michelino, porta in scena una fragilità tenera, sospesa tra complicità e rimorso. Alessandra D’Ambrosio e Arianna Primavera tengono insieme ironia e saggezza quotidiana; Giorgio Pinto attraversa i suoi personaggi con naturalezza e duttilità. Attorno, la “fauna” della Pensione Stella - il Maggiore, il musicista squattrinato, lo scrittore che straccia le proprie pagine, l’attore in cerca di un Otello impossibile - compone un affresco di solitudini che si riconoscono senza dichiararsi.

Ogni gesto, ogni pausa, ogni equivoco trova una collocazione esatta in un “caos controllato” che conserva il respiro dell’improvvisazione. Le scene di Federica Parolini restituiscono l’atmosfera dei primi anni Ottanta: arredi stinti, colori consumati, una Napoli sospesa tra modernità e disincanto. La Pensione Stella diventa un luogo reale e simbolico insieme, un palcoscenico che accoglie le contraddizioni di un’umanità smarrita e le rende visibili senza giudicarle.

Il medico dei pazzi” finisce per raccontare il nostro modo di abitare il mondo partendo da una domanda semplice e difficile: chi decide davvero dove passa il confine tra ragione e follia? Il Nuovo Teatro Verdi ospita un lavoro generoso, capace di parlare a chi cerca il piacere della risata ma anche a chi, sotto quella risata, riconosce un’ombra familiare. Un invito a guardare la commedia come un luogo in cui la leggerezza non è evasione ma una forma alta di verità.

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Fondazione "Nuovo Teatro Verdi"

Una Fondazione che si occupa di proporre diverse forme d'arte capaci di esprimere in modo differente che fanno parte del quotidiano comune.
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Ultimo aggiornamento: 20/01/2026, 11:53

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