Al Verdi di Brindisi un viaggio nella new wave anni Ottanta

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La new wave è stata una forma di immaginario, un modo di vivere gli anni Ottanta tra inquietudine e trasformazione.

Data pubblicazione:

08 Aprile 2026

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Radici Music Factory

Descrizione

Mercoledì 22 aprile il Nuovo Teatro Verdi di Brindisi accoglie “New Wave ’80 Unplugged”, il concerto di Radici Music Factory inserito nella rassegna “Verdi in Rock”. Biglietti disponibili al prezzo unico di 10 euro, online su rebrand.ly/NewWaveUnplugged e al botteghino del teatro dal lunedì al venerdì dalle 11 alle 13 e dalle 17.30 alle 19.30il giorno dello spettacolo dalle 11 alle 13 e dalle 19 alle 20.30Info 0831 562554 e botteghino@nuovoteatroverdi.com.

Il progetto è curato dai docenti Fabio RogoliPatrizia VigneriCosimo Romano e Vito De Lorenzi, che hanno provato a trasformare pezzi nati tra drum machine, sequencer e sintetizzatori in materia viva ed essenziale. L’idea alla base del concerto è capire che cosa resta di quelle canzoni una volta svestite della loro forma più riconoscibile. Gli anni Ottanta sono stati il decennio in cui la tecnologia ha riscritto il lessico del pop internazionale, imponendo nuovi timbri, nuove architetture ritmiche e una diversa idea di produzione. In questo paesaggio sonoro, la new wave ha saputo mescolare freddezza e pathos, stile e tensione, superficie glamour e inquietudine interiore: “New Wave ’80 Unplugged” sposta il baricentro dal dispositivo elettronico alla struttura del pezzo. È qui che il pop elettronico lascia il posto al calore del legno, delle corde e soprattutto della voce umana.

Il percorso della serata segue una geografia precisa. Si parte dalle atmosfere crepuscolari dei Cure, dove il minimalismo delle linee di basso diventa il passo di una narrazione intima, e si arriva al genio poliedrico di David Bowie, figura che più di altre ha saputo trasformare il pop in una macchina di stile e reinvenzione. In mezzo scorrono i mondi di Duran DuranSpandau BalletTears for FearsEurythmicsDepeche ModeSimple MindsBilly IdolFrankie Goes to Hollywood e Culture Club: artisti diversi tra loro ma accomunati da una stagione in cui la canzone pop si è fatta ricercata e teatrale. La scelta dell’unplugged, in questo contesto, è strutturale: laddove l’originale affidava parte della sua forza a synth, campionamenti e programmazioni, ora è la voce a sostenere la melodia, mentre il dialogo tra solisti, coro e strumenti acustici diventa l’elemento centrale del concerto.

Il programma restituisce questa linea di lettura. “Let’s Dance” di David Bowie porta subito in scena un brano che nella versione acustica può rivelare una dinamica più esposta, quasi più fisica. “Relax” dei Frankie Goes to Hollywood conserva la sua energia provocatoria, spostata su un terreno più diretto e sfidante. “Shout” e “Everybody Wants to Rule the World” dei Tears for Fears mostrano due volti speculari della stagione new wave: da un lato la tensione ritmica, dall’altro una scrittura sospesa tra linearità pop e una sottile inquietudine. Con “Do You Really Want to Hurt Me” dei Culture Club e “Sweet Dreams” degli Eurythmics emerge uno dei contrasti più marcanti degli anni Ottanta: una forma aperta e un’estetica costruita con precisione, attraverso la voce, l’immagine e il suono.

Con “Lullaby” dei Cure il clima si fa più notturno, sospeso, quasi ipnotico, mentre “Don’t You Forget About Me” dei Simple Minds riporta al centro una tensione collettiva, da grande anthem generazionale. “True” e “Through the Barricades” degli Spandau Ballet aprono invece una zona più elegiaca e narrativa, in cui il fraseggio si fa più ampio e la voce ne raccoglie la tensione emotiva. “Eyes Without a Face” di Billy Idol esplora l’ambiguità e la frizione tra immagine e vulnerabilità, mentre “Save a Prayer” e “Ordinary World” dei Duran Duran mostrano la scrittura del gruppo britannico nella sua espressione più compiuta. “Strangelove” e “Personal Jesus” dei Depeche Mode, pezzi nati dentro una precisa estetica elettronica, sono ricondotti a una dimensione quasi primaria, fatta di pulsazione, voce e urgenza. “The Power of Love” dei Frankie Goes to Hollywood chiude idealmente questo sorvolo con una delle grandi confessioni melodiche del decennio, in cui il tono epico si confronta con una nudità espressiva nuova.

Suonare in unplugged, qui, significa mostrare come un patrimonio apparentemente legato a un’estetica definita possa essere riattraversato dalle nuove generazioni senza diventare un oggetto da museo. La serata del Verdi riapre il passato rimettendolo in circolo. Vedere giovani interpreti riappropriarsi di brani che hanno fatto la storia significa misurare in modo la capacità della musica di rigenerarsi attraverso il tempo, di cambiare pelle senza perdere identità.

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Fondazione "Nuovo Teatro Verdi"

Una Fondazione che si occupa di proporre diverse forme d'arte capaci di esprimere in modo differente che fanno parte del quotidiano comune.
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Ultimo aggiornamento: 08/04/2026, 11:49

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